MAXXI  Roma
11 marzo 2017 – 17 aprile 2017
NINA FISCHER & MAROAN EL SANI. FREEDOM OF MOVEMENT
Freedom of Movement
3 channel video installation, HD, 9:45 min, 2017
Nina Fischer & Maroan el Sani
Sala Carlo Scarpa
a cura di Pippo Ciorra, Elena Motisi

Immagini della installazione a tre videoproiezioni della mostra Freedom of Movement. Foto di Simonetta Lux.

 

1_d

 

 

 

 

 

 

2_a

 

 

 

 

 

 

 

2_b

 

 

 

 

 

 

 

2_c

 

 

 

 

 

 

5 IMG_20170310_130332

 

 

 

 

 

 

6 IMG_20170331_123354

 

 

 

 

 

 

3_d

 

 

 

 

 

 

3_c

 

 

 

 

 

 

8

 

 

 

 

 

 

5_a

 

 

 

 

 

 

5_b

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

5_c

 

 

 

 

 

 

 

Run, man, Run! (a proposito di Freedom of Movement al Maxxi di Roma): se “Memoria” + “Storia” = “Narrazione”?

di/by  Antonella Greco

 

 

 

Da sempre Memoria e Storia sono elementi separati e diversi. Mnemòsine per i greci era la benigna dea, compagna di Zeus e madre delle Muse, queste ultime generate per suscitare “l’oblio dei mali e il sollievo degli affanni”.  La memoria è soggettiva, guarda ai fatti filtrandoli con le sensazioni, le emozioni, gli affetti. Molto più severa, la Storia indaga il passato servendosi delle fonti: apparentemente oggettiva, equilibrata, lucida, fredda.

Ai nostri tempi la contaminazione tra i due termini di questa polarità è chiamata, con un termine abusato, “narrazione”. Un racconto in cui storia e memoria s’intrecciano concedendosi licenze apparentemente poetiche, a volte tendenziose, in tutti i casi alterate

1_b
L’atleta etiope Abebe Bikila alle Olimpiadi di Roma del 1960. La sua corsa a piedi nudi attraverso le rovine della città imperiale ha un valore simbolico, oggi come nel 1960, a soli venticinque anni da una guerra coloniale iniqua e a ventiquattro dalla proclamazione di un impero di cartone (9 maggio 1936). Foto della installazione di Simonetta Lux

L’influenza della storia sull’arte contemporanea è andata spesso di pari passo con la passione politica dell’artista. A volte quasi ossessivamente, come nel caso di Fabio Mauri che ha intrecciato la storia del fascismo con mitografie personali e simboliche, dove

la storia si è confusa spesso con la memoria.  Cosa rimane della sua storia? Una stella di Davide incollata su uno specchio, una coreografia del potere, una serie di schermi. Un’indagine sul senso e l’identità dell’artista. Attraverso la memoria, Mauri sembra inchiodare la figura degli autori alle proprie responsabilità nei confronti della società e della storia. L’identità dell’artista (Intellettuale 1975) “incarnata” nel suo prodotto, il fim, “attraversa” alla lettera la camicia bianca dell’Autore (Pier Paolo Pasolini, Miklos Jancso..). Come nella fucilazione di Goya si “proietta” sulla  sua candida camicia. Memoria e storia, persino quella, universale, del Vangelo secondo Matteo, si confondono.

1_c
Abebe Bikila corre, proiettato sul corpo di un immigrato di oggi, che corre sull’altro schermo. Foto della installazione di Simonetta Lux

Questo lungo preambolo è innescato da un’interessante installazione dal titolo Freedom of Movement esposta  dall’11 marzo al 17 aprile al Maxxi, firmata dagli artisti Nina Fischer e Maroan el  Sani.  Un’installazione in tre schermi, dove la trama della memoria collettiva (di un fatto che è avvenuto prima della nascita degli autori) s’intreccia con l’ordito dei fatti storici raccontati dai film Luce, con le traversate dei migranti e con un coro di alcuni giovani neri essi stessi emigrati, inquadrati dagli archi marmorei del Colosseo Quadrato dell’Eur.

1_a
Giovani alla mostra Freedom of Movement, attraversano il tempo, attraverso schegge di immagini e di azioni, dal 1936 ad oggi. Foto della installazione di Simonetta Lux

L’avvenimento centrale è la vittoria dell’atleta etiope Abebe Bikila alle Olimpiadi di Roma del 1960. La sua corsa a piedi nudi attraverso le rovine della città imperiale ha un valore simbolico, oggi come nel 1960, a soli venticinque anni da una guerra coloniale iniqua e a ventiquattro dalla proclamazione di un impero di cartone (9 maggio 1936). La figura dell’atleta etiope, scarno eroe di una epopea postcoloniale, si proietta sull’immagine in corsa di un giovane atleta dei nostri giorni e si confonde nello stesso schermo con gli spezzoni di film luce sulla costruzione del Foro Italico e degli edifici principali dell’E.42.

Simmetrie che si svelano. L’ufficialità pomposa della voce che presenta il Foro Italico come matrice architettonica dell’educazione sportiva del regime, l’E.42 come sede dell’Esposizione Universale, ultimo sussulto internazionalista e pacificatore, ma anche espressione della terza Roma mussoliniana, fascista e imperiale. I mosaici dell’ex Piazzale dell’Impero, magistrale soluzione di Luigi Moretti per rilegare tra di loro una Sfera (la fontana) e un Birillo (il monolite dedicato al duce) narrano la conquista dell’effimero impero: disegnano gli aerei, gli uccelli rapaci del paesaggio etiope, i personaggi in costume, le camionette degli arditi manganellatori, le prodezze degli atleti. Su tutto svetta la figura di Augusto, cultore della pace e delle arti circondato dalle figure simbolo del regime.  E attraverso la storia corre Abebe Bikila, riscattando la sconfitta dei suoi progenitori e l’abominio di quella guerra tra due ali di popolo festante. Il trionfo del 1960, il sudore dell’atleta scalzo, si sovrappone così al bellissimo fisico dell’atleta dei nostri giorni che racconta come la corsa e il movimento alludano alle trasmigrazioni come costante della civiltà in cammino e forse all’integrazione tra i popoli.

7

Corre nel film Abebe Bikila, sfiorando il Foro, col racconto della sopraffazione della sua gente, proiettato in trasparenza sul giovane atleta che ne ripercorre il percorso trionfale.

L’urbanistica mussoliniana era destinata alle masse, i suoi spazi modellati dalle masse, si dice a un certo punto nello schermo principale dell’opera; una felice intuizione, una lettura intelligente del prevalere a Roma degli spazi vuoti sui pieni, delle stradone con fondale, sempre simbolico, che fosse il Colosseo o San Pietro, guarda caso, e anche modellata, aggiungiamo, dalle riprese delle suddette masse dalle camionette del film Luce sulla visione cinetica dei punti salienti della città. “La cinematografia è l’arma più forte” conia uno slogan all’apertura di Cinecittà nell’aprile del 1937.  Peccato che un anno prima, servendosi dei gas del maresciallo Graziani proprio sulle armi, anche le peggiori, fosse stato fondato l’impero.

Questo per la storia, ma nella struggente opera dei due artisti tedeschi la corsa e la memoria sembrano propiziare una rilettura poetica di tutti questi elementi che si fondono: storia e memoria, futuro auspicabile e forse possibile.

9_b